Dialogando – di Anselmo Grotti
****************
Lucignoli, pinocchi e omini di burro25 luglio 2010
Emergenza educativa, disoccupazione giovanile, crisi economica e calo della nostra competitività. Ci sarebbero altre voci connesse, ma già queste possono bastare.
È vero che in giro ci sono molti Lucignoli, e che per ogni Lucignolo già transitato al paese dei balocchi c’è almeno un Pinocchio intenzionato ad andarci. Le statistiche sul numero di giovani che non studiano, non lavorano né cercano un impiego stanno a dimostrarlo.
Ma dovremmo anche parlare dell’Omino di Burro. Che in tutto questo ci guadagna, eccome. Mandando in pezzi alcune generazioni, e il Paese.
L’Italia è stato il primo Paese a costruire sistemi di collegamento telefonico via satellite (Telespazio, Piana del Fucino). Il terzo Paese a inviare satelliti nello spazio (il San Marco, dopo Usa e Urss). Il primo Paese a produrre un calcolatore con interfaccia a segnali luminosi (Elea 9000, della Olivetti, design di Sottsass, 1959). Siamo stati all’avanguardia nella chimica, la fisica, l’ingegneria…
Negli ultimi trenta anni abbiamo perso una posizione dopo l’altra. Ci sono state “industrie” che hanno avuto successo, prodotto soldi e potere. Ma non benessere per il Paese. I soldi si sono fatti comprando telefilm americani e format vari, gestendo l’etere e l’immaginario delle persone, ubriacando di pubblicità la televisione. Si sono generate caste che vivono di favori reciproci per poter essere nel “giro”. E si è sviluppata la necessità di un “parco” di persone che non devono né studiare né lavorare per poter mantenersi nello stato di trance televisiva e consumare.
*************************************
Scelte di vita
18 luglio 2010
Daniela Tobagi, figli di Walter, il giornalista del “Corriere della Sera” ucciso il 28 maggio 1980 dai terroristi di sinistra “Brigata XXVIII marzo” ricorda (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi 2010) i toni astiosi usati in quel periodo da una allora giornalista di estrema sinistra. L’allora giornalista scriveva su “Il Manifesto” e accusava duramente Tobagi, per la sua precedente esperienza al quotidiano “Avvenire”, di essere come il Cardinal Richelieu un abile tessitore di alleanze tra Craxi e Montanelli.
Daniela Tobagi fa notare che questa persona era giornalista politicamente molto schierata su di un fronte estremo come “Il Manifesto”, mentre poi la si ritroverà in “Forza Italia”.
Ora, ciascuno è naturalmente libero di cambiare idea durante il suo percorso di vita. Ma ciascuno è anche libero di riflettere sulle modalità di questi cambiamenti, specialmente quando non sono limitati a pochi casi.
Il caso ricordato da Daniela Tobagi è tutt’altro che isolato, ma molto esemplare. Ecco una breve sintesi: negli anni Settanta quella che scriveva contro Tobagi era di sinistra estrema, di quelli che ritenevano traditore il Pci di Berlinguer. successivamente entra nelle istituzioni facendosi eleggere con la lista Antiprobizionisti sulla droga. Nel 1992 è eletta alla Camera con Rifondazione Comunista. Nel 1993 è candidata sindaco di Milano con una lista civica appoggiata dai Radicali. Non raggiunge neppure il 3% e una improvvisa conversione sulla via di Damasco la porta nel 1994 a farsi eleggere con Forza Italia. Un percorso fatto da molti altri.
Tutto legittimo, per carità. Qualche dubbio rimane per non pochi personaggi: sia sulla solidità delle adesioni a gruppi estremisti che hanno anche flirtato con l’uso della violenza, sia sull’approdo a sponde bene accoglienti verso transfughi da variegate esperienze politiche, pronti a un candido lavaggio delle vesti e a divenire implacabili custodi del padrone di turno.
A confronto dà molto maggiore senso di serenità il fatto che Benedetta Tobagi abbia potuto fare, come molti altri studenti delle superiori, incontri con persone affidabili:
“un buon insegnante può cambiarti la vita, e io ho incontrato un professore di filosofia che mi aiutato a dare forma ai miei pensieri che mi si agitavano dentro in maniera confusa fin dalla prima adolescenza. Ero affamata di padre e fu una vera fortuna trovare un maestro così… La complessità del mondo può essere spaventosa, ma l’esercizio del pensiero permette di tessere sottilissime reti d’oro da gettare sulla realtà per poterla abitare”.
Tutto legittimo appunto, ma certamente non tutto eguale. Scelte di vita.
*******************************
La famiglia. Come?
11 luglio 2010
La scrittrice Flannery O’Connor ha detto che chiunque abbia vissuto in una famiglia dopo il settimo anno di età ha certamente qualcosa di cui scrivere.
“Casa è dove qualcuno si accorge della tua assenza” (Vladimir Brik, protagonista de Il progetto Lazarus, di Aleksander Hemon.
Occorre valorizzare la convivialità e il dialogo tra generazioni. Tutti hanno da imparare da tutti. È bello offrire esempi e consigli, avere esperienze da scambiarsi, aprirsi, confidarsi, accogliersi nelle case. Troppi giovani vivono nel più piatto presente. Mancano di radici e progetti. Non conoscono neppure le storie dei loro nonni, dei bisnonni. Non ne conoscono neanche il nome. La conoscenza del passato è fondamentale per un’esistenza equilibrata” (don Mario Picchi, da una lettera a FC scritta pochi giorni prima della morte) FC 24 2010
Secondo Alessandro Manzoni, ne I Promessi Sposi, Renzo e Lucia sono due giovani ventenni. Lui ha un lavoro stabile ed entrambi sono pronti a convolare a nozze ed anche –sia pur senza averlo desiderato – in grado di affrontare complesse prove che la vita sta per mettere loro di fronte.
Nella versione musicale messa in scena allo Stadio Meazza di Milano e a settembre su Rai Uno Lucia è interpretata da Noemi Smorra, 27 anni, e da Graziano Galatone, 37 anni.
Sarà un segno dei tempi. È dunque vero che oggi si rimane “precari” molto più a lungo.
*********************************************
La Costituzione è un impaccio?
4 luglio 2010
In un pianeta del nostro sistema solare vive un Presidente del Consiglio che ritiene di non avere a disposizione sufficienti poteri per governare, per colpa di una Costituzione che prevede (molto stranamente in effetti) che una disposizione di legge, una volta nata nella mente del Capo, debba poi attraversare una noiosa serie di passi parlamentari.
Alcuni storici sostengono, non sappiamo quanto a ragione, che in quello stesso Pianeta siano vissuti statisti che lo hanno governato con la stessa Costituzione, nonostante le maggioranze parlamentari molto più ridotte, il clima internazionale di scontro per la guerra fredda, un partito comunista molto forte, nostalgici della monarchia, terroristi di destra e di sinistra. Questi statisti, sostengono alcuni storici, avrebbero fatto riemergere quel Paese da una dittatura sciagurata, da una guerra mondiale disastrosa, da conflitti sociali molto forti, avviando la ricostruzione, un miracolo economico, l’avanguardia nella tecnologia, la scuola di massa.
La democrazia è nata come necessità da parte del potere di occuparsi di cosa pensano i cittadini Per qualcuno va interpretata come la necessità da parte del potere di occuparsi di cosa far pensare ai cittadini.
**********************************************
I telegiornali e la realtà
27 giugno 2010
Troppi TG nel nostro Paese si stanno occupando solo di meteo e di spiagge.
Ha scritto Maria Luisa Busi:
“L’informazione del TG1 è diventata di parte… ignora il Paese, le donne della vita reale, privilegiando la propaganda alla verifica… Le donne devono aspettare mesi per avere una mammografia, se non possono pagarsela… fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nidi non c’è posto per i figlio;… i quarantenni precari a 800 euro al mese non possono comperare neanche un divano, figuriamo mettere al mondo un figlio… centinaia do aziende chiudono, ci sono imprenditori che si tolgono la vita perché falliti. Dov’e questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quest’Italia esiste, ma il TG1 delle 20 l’ha eliminata”.
Contemporaneamente si è dimessa dal TG1. Ma il problema riguarda molti altri TG. Ci meritiamo tutti qualcosa di meglio.
****************************************************
Il diritto all’informazione e alla privacy
20 giugno 2010
La FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ha scritto:
“La FIEG esprime la ferma protestab per l’approvazione del ddl intercettazioni da parte del Senato. Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa… Non è possibile né pensabile, se solo si conosce l’organizzazione di un giornale, che l’editore intervenga sui contenuti degli articoli o sulle fonti delle notizie. Poco o nulla contiene il ddl in funzione di prevenire la propalazione delle notizie riservate con strumenti oggettivi e validi per tutti. Gli editori denunciano all’opinione pubblica la gravità che tale intervento assume”.
Da una intervista di Baggio a Radio Vaticana: “Chi accetta un ruolo importante nella società, deve ‘rassegnarsi’, per il bene della democrazia e della funzione di controllo, a vedere la propria privacy ridotta” e “deve dare esempio di virtù civili e di trasparenza”
I TG non possono diventare contenitori di gossip, notizie sul meteo, sport, incidenti stradali, opinioni della ‘ggente, cronaca nera e cronaca rosa. Una democrazia sana ha bisogno di una informazione libera, coraggiosa, indipendente e plurale. Il rispetto della legge e della privacy è sacrosanto, ma la privacy è cosa diversa dall’omertà e dalla censura. Che senso ha votare se non si è informati? E, a proposito di privacy, chi si occupa della privacy violata dal marketing telefonico, dalle indagini di mercato, dai sistemi di controllo della navigazione in internet? E, sempre a proposito di privacy, che si preoccupa della nostra privacy violata dalla marea di pettegolezzi su vip e vippini? Noi non vogliamo sapere nulla della loro privacy. Non vengano (loro e le tv) a disturbare la nostra.
Estate 2010: anche quest’anno, come ormai consuetudine del Settore adulti, l’agenda ci fornisce occasioni preziose per continuare l’impegno formativo dei responsabili e per favorire l’incontro di esperienze e lo scambio che sempre ci arricchisce e consolida le relazioni. Un percorso strutturato in tre tappe autonome e progressive, due moduli e un campo scuola, perché ciascuno possa ritrovare nei tempi e nelle modalità più opportune una o più occasioni di partecipazione e formazione.
Il cammino si è aperto a giugno con il modulo formativo “Condividere il desiderio di Dio”, dedicato al gruppo adulti e al sussidio, che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 giugno 2010. Alla luce del tema associativo dell’anno, abbiano percorso le strade dei cercatori di Dio, interrogandoci sul compito di annunciare il vangelo nella fedeltà a Dio, all’uomo e alla storia. Che significa riscoprire la fede da adulti? In che modo l’Azione Cattolica, attraverso l’esperienza del gruppo adulti, suscita e coltiva un percorso personale di riscoperta della fede nella comunità cristiana? A queste e ad altre domande che interrogano la vita nostra e degli altri compagni di viaggio, abbiamo cercato di rispondere insieme mettendo al centro la Parola e riappropriandoci con lo stile laboratoriale che ci contraddistingue degli itinerari formativi e degli strumenti della vita associativa che ci accompagnano nei percorsi personali e comunitari di responsabilità e testimonianza.
Al centro dell’estate il Campo nazionale “Questa casa non è un albergo”, che da alcuni anni ormai ci porta nel cuore di una regione italiana facendoci sperimentare la bellezza e la varietà di essere associazione offrendo così un’occasione unica e ricca di percorsi spirituali, artistici, formativi e di amicizia e condivisione anche nel clima della vacanza. Dopo le recenti esperienze di Alghero e di Meta di Sorrento che hanno lasciato nei partecipanti indelebili ricordi e consolidati legami di affetto e fraterna amicizia, dal 22 al 26 luglio 2010 a Linguaglossa in Provincia di Catania, diocesi di Acireale, insieme agli amici della Sicilia replicheremo l’esperienza intensa del campo adulti. Ci confronteremo con il tema tutt’altro che facile e scontato della sfida educativa nei legami familiari, mettendo al centro della nostra ricerca e delle nostre riflessioni il grande compito dell’educazione e l’esperienza delle famiglie, delle nostre prima di tutto, ma anche di quelle che quotidianamente incrociamo nella vita facendo emergere la traccia dell’esperienza di Dio nelle domande che più frequentemente ci poniamo: come sono le famiglie oggi? Che relazioni si vivono tra generazioni? Qual è il valore aggiunto dello sguardo evangelico con cui leggiamo e viviamo le esperienze
familiari?. Al centro sempre la Parola e poi la vita comunitaria nel confronto e nella preghiera alla ricerca di una progettualità possibile che ci aiuti nel servizio responsabile alle nostre comunità.
A settembre, in coda all’estate ma già proiettati verso il nuovo anno associativo e pastorale, ci regaleremo il secondo modulo formativo “Essere e fare rete” dedicato in modo particolare al tema degli adulti e della responsabilità associativa. Dal 3 al 5 settembre 2010 a Novaglie-Verona riprenderemo in mano il senso autentico del nostro servizio da laici alla Chiesa e al mondo facendoci carico, da adulti, della fondamentale importanza della memoria e dell’esperienza per non interrompere la traccia di un cammino che continua. Come sostenere la chiamata alla responsabilità associativa per il Settore adulti? Quali tratti (educativi, relazionali …) sono richiesti ad un responsabile adulto? Come accompagnare nel presente delle nostre vite il futuro che si affaccia e ci richiama alla speranza? Nel tempo dei cammini assembleari a tutti i livelli della vita associativa proviamo a ridirci e a rivivere l’educazione alla responsabilità e la bellezza di essere e sentirsi di AC. Nel cuore la Parola e in mano gli strumenti che insieme abbiamo condiviso e che possono aiutarci in questo delicato e quanto mai imprescindibile compito.
Dunque mano all’agenda, cartacea o elettronica che sia, per appuntare le occasioni (anche tutte!!!) più vicine alla nostra realtà e poi attiviamo la rete, tradizionale o informatica, per raggiungere tutti gli amici ai quali proporre un’esperienza che certamente non ci lascerà uguali a prima, ma fortificherà e consoliderà i nostri cammini e i nostri legami. A presto con la gioia che ci contraddistingue e la forte amicizia nel Signore che ci rende una grande famiglia associativa.
*Sull’ultimo numero di “SegnoPer” (n. 4/2010, pp. 22-24), è stato inserito per errore un articolo di presentazione delle attività estive del Settore adulti che non era quello corretto. Scusandoci per l’inconveniente, riportiamo l’articolo che doveva essere pubblicato.
La crisi i giovani non hanno tempo di spiegarla, o almeno di spiegarsela. Sono troppo impegnati a viverla, per non dire subirla. Di certo soffrono, nel linguaggio generazionale “rosicano”, nell’apprendere a mezzo stampa che la stessa (la crisi) sarebbe “finita”, “superata”, che “si intravede la luce in fondo al tunnel”. Sfogliando i giornali, i più osservano divertiti una lampante contraddizione: nelle pagine di politica leggono postmoderni “inni all’ottimismo”, nelle pagine di economia percorrono il cimitero di chiusure, fallimenti, casse integrazioni, mobilità e via discorrendo. Nelle pagine di cronaca giudiziaria, poi, apprendono che in piena crisi cricche transideologiche sono addirittura riuscite ad arricchirsi. Ma quello è il talento dei migliori.
D’altra parte bisogna perdonarli i giovani, non hanno visioni macroeconomiche, tutt’al più conoscono (per esperienza e senza concettualizzazioni) la legge della domanda e dell’offerta. Che di questi tempi è impietosa: loro (i giovani) si offrono al mercato del lavoro, ma la risposta non c’è, e se c’è, è umiliante. O, terza ipotesi connessa alla seconda, è fuori dai termini di legge. Parliamo, ovviamente, dei giovani normali, e non dei raccomandati, le cui carriere proseguono indisturbate da un ente all’altro, da un Cda all’altro, da una consulenza all’altra, pur essendo le loro vite (quelle dei raccomandati) la negazione esistenziale dell’età giovanile (che sogni hanno? Quali valori? Hanno sacrificato libertà e aspirazioni in cambio del rassicurante controllo di chi li ha raccomandati? Quale mondo immaginano domani? Cosa li muove? Mah…).
L’assenza di meritocrazia e le logiche clientelari, dicono gli studiosi, hanno bloccato la mobilità sociale. La mobilità sociale, per inciso, è la semplificazione in linguaggio economico di quella che chiamiamo “speranza”, che certo è parola di più ampio spessore, ma che richiede anche una discreta infrastruttura materiale.
Parliamo chiaro: i giovani, esclusi ovviamente gli studenti a tempo pieno dei vari ordini e gradi, sono in gran parte disoccupati o precari. Il resto è una gradita eccezione. Impossibile parlare di flessibilità, è una pietosa bugia bipartisan. Migliaia di contratti a progetto non sono tali. Chi “gode” di questi contratti entra alle nove in ufficio (o nello stabilimento) ed esce dopo otto ore, a meno che il peso psicologico ed economico del datore non sia tale da costringerlo anche ad extra, non retribuiti. Si paga “a progetto”, o anche “a partita Iva”, un lavoro pienamente seriale e continuativo. I controlli su queste distorsioni sono insufficienti, i sindacati non sono attenti, i singoli ragazzi che si trovano in questa situazione non riescono ad organizzarsi per fare pressioni e rivendicare i propri diritti e vivono spesso in solitudine questo disagio. Ciascuno si sente artefice del proprio domani, punto. I giovani italiani e stranieri, soprattutto non scolarizzati (elementari, terza media stentata, superiori interrotte), anche minori, sono invece la preda preferita del lavoro nero, altro tema che appare a gettone nella pubblica opinione, rigorosamente in occasione di incidenti sui cantieri. Coloro che con scrupolo hanno studiato e si sono impegnati in discipline strategiche per il Paese annaspano senza prospettive negli ambienti universitari.
Cosa fare? Ma soprattutto, cosa fare al netto delle responsabilità politiche? Si permetta una risposta teorica, prima che pratica. Anche perché teorica non sempre vuole dire inutile. Nelle riflessioni dell’Azione cattolica il nodo del problema è vocazionale. Il punto è restituire ai giovani gli strumenti per un proprio compiuto progetto di vita. Significa che le agenzie formali e informali dell’educazione e della formazione tornino a “costruire la persona” (si assuma la frase nel senso migliore, e non deterministico) nella sua interezza, a individuare e valorizzare i talenti, a orientarli, a concretizzarli nella competenza, ad armonizzarli in un’idea di vita personale, sociale e comunitaria che comprende gli affetti, la famiglia, la partecipazione, l’impegno civile. È un’idea di formazione organica e globale in disuso, addirittura osteggiata dal punto di vista culturale a favore di una frammentazione dei saperi, degli ambiti e degli stili di vita.
La gran parte delle idee pratiche, su cui c’è poco da inventare, discendono da questa premessa: discende da questa premessa il sostegno all’autoimprenditorialità (sotto forma di impresa vera e propria o prestazioni professionali di alta qualità), alla cooperazione nell’ambito dei servizi alla persona e al territorio, discende da questa premessa, soprattutto, l’urgenza delle urgenze, una riforma reale e meditata – non di natura prettamente economica – dell’intero sistema dell’istruzione e della formazione universitaria. Perché nei momenti di crisi e di passaggio, le comunità lungimiranti si ripensano, e si ripensano dalle fondamenta, ovvero dalle condizioni strutturali che permettano la crescita vera e completa delle nuove generazioni.
(Questo articolo è pubblicato anche sul sito www.piùvoce.net, che ospita una pagina su “la crisi raccontata dai giovani”)
Un anno dopo il vertice che si tenne a L’Aquila gli otto “grandi della Terra” si sono riuniti alcune settimane fa a Toronto, in Canada. Il risultato? Lo stesso di un anno fa: un nulla di fatto, anche per il G20 – il vertice allargato alle economie emergenti – che ormai, come consuetudine, segue poche ore dopo la chiusura dei lavori del G8.
Unica novità è stata l’iniziativa per la salute materno infantile, uno stanziamento aggiuntivo annunciato dal primo ministro canadese. “Tuttavia un segnale insufficiente per affrontare in maniera significativa il problema, e nonostante questo nemmeno appoggiato dagli altri leader”, ha sottolineato il Segretario generale della Focsiv Sergio Marelli.
Tra gli appelli inascoltati dai vertici canadesi oltre a quello sui cambiamenti climatici anche la campagna di sensibilizzazione Zerozerocinque sull’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie sostenuta da un ampio cartello di associazioni tra cui la Focsiv e l’Azione Cattolica che – con un prelievo minimo dello 0,05% sul valore di ogni transazione – sarebbe in grado di produrre un gettito importante da utilizzare per le misure di contrasto alla crisi economica, di sostegno all’occupazione, per le politiche sociali, ambientali e di cooperazione allo sviluppo. Un segnale piccolo, ma importante, caduto nel vuoto.
Un motivo per non credere più in un cambiamento di rotta e non impegnarsi? Naturalmente no. Anzi proprio per ricordare gli impegni presi un anno fa a L’Aquila dai leader di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, e fare un bilancio di quello che ad oggi è stato raggiunto l’8 luglio scorso la FOCSIV insieme all’organismo socio AIFO – e in collaborazione con CSV Abruzzo, Cooperativa XXIV Luglio, Istituto suore zelatrici, Caritas diocesana de L’Aquila e Coro Celestino V – ha organizzato un’azione simbolica di mobilitazione dal titolo “Uniti nella solidarietà per l’Aquila e per il mondo”.
Un’occasione per portare, un anno dopo il terremoto e il vertice internazionale, un messaggio alla popolazione: non c’è guerra tra i poveri. La verità è che chi non mantiene gli impegni con quanti soffrono lontano poi non li mantiene nemmeno con chi soffre in casa propria.
Un appuntamento importante per la comunità aquilana soprattutto dopo gli scontri durante la manifestazione dello scorso 7 luglio a Roma che ha visto 45 pullman arrivare nella capitale non per chiedere privilegi ma equità e diritti, e che a fine giornata ha contato due feriti tra i terremotati. Diritto alla salute, all’istruzione, alla casa e al lavoro, in altre parole rispetto della dignità della persona umana, che la Federazione di organismi cristiani di servizio internazionale volontario chiede per tutte le persone: per i terremotati de L’Aquila e per ogni popolazione del mondo. E invece diritti negati, sia nei Paesi del Nord che del Sud perché – come dimostrato i documenti finali del G8 e del G20 di Toronto – i leader mondiali continuano a rimandare le azioni necessarie per affrontare a livello globale gli effetti negativi delle crisi alimentare, climatica, economica e finanziaria. Altro che raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio.
Come ha commentato Sergio Marelli, Segretario generale della Focsiv, “a più di un anno di distanza dal terremoto tra impegni non mantenuti e agevolazioni che sono venute meno o che rischiano di essere tali questo Governo ancora una volta rende manifesta l’inaffidabilità sugli impegni assunti. Le promesse agli aquilani hanno fatto la stessa fine di quelle annunciate un anno fa dal G8 ai Paesi poveri: sono cadute nel nulla. Tra tutte, due in particolare: nessuna concretizzazione del tanto sbandierato piano di riallineamento annunciato da Tremonti per riportare l’Italia in linea con gli stanziamenti degli altri Paesi donatori; e la promessa dei G8 tra i quali il Governo Berlusconi di stanziare 22 miliardi di dollari per la lotta contro la fame nel mondo, con la cosiddetta L’Aquila Food Security Initiative”.
Un triste paradosso se si pensa che la presidenza italiana volle spostare il G8 da La Maddalena nella cittadina abruzzese proprio per dare un segnale di vicinanza e di attenzione alla popolazione dopo il terribile sisma.
I partecipanti ai lavori, che si concluderanno domenica 11 luglio, si confronteranno sulle sfide sociali, civili, politiche ed economiche che le Americhe si trovano ad affrontare, e rifletteranno sulle prospettive ecclesiali alla luce del documento di Aparecida della Conferenza Episcopale Latinoamericana, per cercare insieme una riposta di speranza che contribuisca a umanizzare il mondo.
Il terzo tema intorno a cui ruoterà l’incontro è quello della promozione dell’Ac nei paesi del continente americano, il ruolo dei laici corresponsabili nella missione evangelizzatrice della Chiesa e il carisma, l’identità e il ministero dei laici di AC. Ci sarà anche uno spazio in cui le varie Ac partecipanti potranno presentarsi e raccontare modalità e contenuti del quotidiano impegno associativo. All’incontro, guidato da Emilio Inzaurraga, coordinatore del FIAC e Presidente dell’AC dell’Argentina, e da S.E. Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina e Assistente Ecclesiastico del FIAC e dell’AC Italiana, partecipa anche la delegazione dell’Ac italiana.
All’incontro del Fiac, che apre “idealmente” il mese di luglio, seguiranno i campi nazionali del settore Adulti, dal 22 al 26 a Linguaglossa (Catania), dal 24 al 29 è la volta dei Giovani, impegnati in un primo campo scuola organizzato insieme al movimento Studenti a Fognano-Brisighella (Ravenna). Per il secondo campo nazionale del settore, invece, l’appuntamento è dal 30 luglio al 4 agosto al monastero di Santa Scolastica di Subiaco, in provincia di Roma. Due le date in calendario anche per la Settimana teologica della Fuci, a Camaldoli: la prima dal 25 al 31 luglio, la seconda nella prima settimana di agosoto, dal 1 al 7. Tappa in Toscana, a Prato, dal 22 al 25 luglio, per il convegno estivo di Impegno educativo di Ac (Mieac). Dal 26 di luglio al santuario di Pietralba (Bolzano) prende il via il campo per membri d’equipe dell’Acr, che propone anche un campo specializzato, dal 2 al 7 agosto ad Opi (L’Aquila). Dal 17 al 22 agosto sarà la volta del campo del movimento Lavoratori che si terrà a Laggio di Vigo di Cadore (Belluno).
“Alte sono le celebri montagne che ho scalato in questa valle e in altre parti del mondo e molto alte sono le segrete montagne che ho salito dentro di me”; con queste parole Luciano Bonino (guida alpina e istruttore del CAI) ha introdotto la sua “lezione” di spiritualità della montagna durante la serata organizzata al Palazzetto del ghiaccio a Champoluc (Ayas) in occasione del ventennale della beatificazione di Pier Giorgio Frassati. Lezione di spiritualità perché per ricordare e riflettere sulla figura di Pier Giorgio non potevamo che affidarci a chi, vivendo in montagna, ha saputo trovare in essa i valori del bello, del vero, i valori della vita fatta di anima e di relazioni. Relazioni con il Creato e il suo Creatore, relazioni con tutti coloro che sono in ricerca. Nelle sottolineature di Bonino non poteva mancare un riferimento a parole di Frassati, ma questa volta non è stato citato Pier Giorgio ma il padre Alfredo: “quando ci troviamo sui monti l’anima ritorna fulgida e splendente proprio come è uscita dalle mani di Dio; là ci rimane una sola passione quella del bene; un solo istinto quello della grandezza; una sola aspirazione quella dell’immortalità”. Citando poi grandi alpinisti Bonino ha inevitabilmente sospinto i presenti “verso l’alto”: “quando arrivi su una cima non hai conquistato una vetta ma te stesso!” (Hillary, conquistatore dell’Everest); “l’alpinismo deve essere una somma di azione+contemplazione, altrimenti quando arrivi in vetta non sei arrivato da nessuna parte”(G. Rebuffat).
Per tutti ci sono quindi altre montagne per la vita; sono le montagne della contemplazione, quelle in cui pregare (gli spazi quotidiani del silenzio); quelle dove rifugiarsi nei momenti difficili, del dolore; le montagne su cui chiedere aiuto, quelle delle relazioni e dell’amicizia; quelle su cui sperare. Parole e sentimenti che trovano sintesi e sintonia nella vita di Pier Giorgio Frassati. Abbiamo voluto ripercorre insieme il sentiero Frassati della val d’Aosta proprio per continuare insieme un cammino di santità; percorrere la vita con gioia e impegno, fidandoci di Dio, anche quando tutto ci sembra in salita, in dura salita.
Ma l’esempio di Pier Giorgio, la strada che lui ci ha indicato e alla quale ispiriamo il nostro cammino è segno di incoraggiamento e di speranza. Nella splendida corona della catena del M. Rosa ci siamo ritrovati in tanti per celebrare, ricordare ma soprattutto per procedere in fraternità verso l’alto. E ai circa 200 della val d’Ayas (grazie al gruppo di Piacenza che ha animato la celebrazione della domenica!) hanno fatto eco gli altrettanti di Sala Consilina in Campania, del Lazio sulla cima del Monte Viglio con una cinquantina di persone, delle Marche, della Calabria, dell’Emilia Romagna. I Sentieri Frassati si stanno rivelando una formidabile opportunità di amicizia, di condivisione (lo testimoniano ovunque le presenze di amici del Cai, della Giovane montagna, della Fuci, della Gioc, degli Scouts e tanti altri) ma anche di missione perché se, come disse Giovanni Paolo II parlando di Frassati “la santità è possibile per tutti e che solo la rivoluzione della carità può accendere nel cuore degli uomini la speranza di un futuro migliore”, per tutti il “sentiero” è luogo di incontro e di annuncio. “I sentieri Frassati sono una esperienza di incontro con Dio nel creato, attraverso la fatica del cammino e la bellezza della montagna per tendere a quella misura alta della vita cristiana di cui Frassati è modello” (A. Sica, ideatore e coordinatore dei Sentieri Frassati) e la misura alta della vita cristiana passa per le vette della verità, della carità, della missione.
Al capezzale del nostro pianeta devastato dalla crisi economico-finanziaria e occupazionale, in un habitat ambientale sempre più minacciato, assistono impotenti i 20 leaders del G20 di Toronto. Nel consulto prima dell’intervento chirurgico o solo terapeutico, permane l’incertezza atavica se usare impietosamente il bisturi reso meno traumatico con l’utilizzo delle raffinate strumentazioni fornite dal laser o della robotica, o ricorrere ad un’energetica cura che rimetta in piedi il paziente, sia esso singolo cittadino o popolo intero, diventando così imprenditore di se stesso.
Pomigliano d’Arco, nel microcosmo di un’economia globale è diventata una delle cliniche dove risolvere drasticamente e definitivamente un dilemma di questa rilevanza.
La scenografia rituale interpretata dai grandi della terra, completata quest’anno dal contorno accattivante delle delegazioni di giovani provenienti dai vari Paesi, non ha predisposto un menù adeguato ed accessibile ai 30 milioni di disoccupati previsti in questi mesi e nemmeno per la moltitudine crescente di affamati tra cui milioni di bambini, cui è privato il diritto di esistere.
Da troppi anni è naufragato puntualmente ad ogni appuntamento europeo ed internazionale il tentativo di una governance politica dell’economia, in grado di imprimere svolte strutturali nell’ottica di uno sviluppo integrale, solidale ed intergenerazionale.
Reclusi i nostri eroi nel recinto inaccessibile della loro agiatezza, sicura e garantita per la decisa volontà di non ridistribuire i redditi, avvicinando gradualmente la base popolare della piramide al suo vertice, appare un atto di estremo coraggio la loro esortazione finale dove dichiarano che la ripresa deve essere accompagnata dal superamento delle diseguaglianze. Meglio di niente! Ora tocca all’opinione pubblica, alle organizzazioni sociali e politiche locali collegare il cervello al cuore, dare gambe e direzione operativa ad un’espressione così timidamente proclamata.
In questo snodo sociale pure le nostre comunità cristiane sono sollecitate a dare spessore di pensiero ed immaginazione con una progettualità diffusa, alle formidabili analisi e prospettive tracciate dalla Caritas in veritate. È finito il tempo della convegnistica con l’applausometro facile su questo recente autorevole intervento magisteriale, dove non sono mancate ostentate presenze di politici ed economisti. Dovrebbe scattare l’ora dell’azione illuminata e condivisa, della sperimentazione di percorsi innovativi e virtuosi che sappiano coniugare la vita del cittadino lavoratore, con quella del cittadino consumatore e quando ci riesce anche risparmiatore. È proprio l’enciclica a ricordarcelo collocando il superamento di questo conflitto nella reciprocità tra responsabilità sociale del consumatore e dell’impresa (Caritas in veritate, 67).
Nella frontiera tra posto da conservare e lavoro da ritrovare, si colloca la questione sociale odierna in ogni angolo del pianeta.
I riflettori puntati sulla coda di operai in fila a Pomigliano d’Arco per esprimersi sul referendum, con la spada di Damocle alla testa riguardo la loro sopravvivenza, potevano essere orientati in mille altre situazioni analoghe, lasciandoci però gli inquietanti interrogativi che preoccupano la vita di milioni di famiglie.
Bisognerebbe chiedersi con lo sguardo dato a questa umanità occupata a quella giovanile che bussa al mercato del lavoro, se dobbiamo applicare nel nostro occidente, laboratorio di democrazia e solidarietà dopo tragici conflitti, il parametro di un basso costo del lavoro, come avviene nei Paesi asiatici, africani e dell’Est europeo. Salari così esigui sono però possibili solo a condizioni di sfruttamento disumanizzante che non risparmia i minori e utilizza massicciamente gli stessi carcerati. Vale di più un lavoratore dell’interland di Napoli, di quello polacco occupato nella stessa catena di produzione e rete di commercializzazione? Non si deve certo sottovalutare l’incidenza della competitività o dell’economia globale, ma nella feconda ed attuale convinzione che “la condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della sola rivendicazione dei diritti” (Caritas in veritate, 43), siamo tutti chiamati a passare il guado del fiume della storia contemporanea, lasciando la sponda del posto da difendere senza mai riuscirci del tutto, per ritrovare quella del lavoro nella ricchezza della sua dignità, cultura e professionalità, valori e diritti esigibili in ogni persona ed angolo del mondo. Un lavoro ritrovato nella sua valenza antropologica che non si esaurisce nella prestazione mercantile del dare ed avere, ma si apre al “principio di gratuità” (CV, 34) incidendo in uno sviluppo policentrico con la crescita e la moltiplicazione di ricchezza e benessere su vasta scala. È possibile così “invertire la tendenza che considera il benessere di alcuni, collegato alla povertà di molti” (CV, 22).
Le storiche rappresentanze sindacali, professionali e le molteplici espressioni associative della società civile e produttiva, nate spesso in sede locale, ma fin dall’inizio per un impulso di movimenti internazionali, sono chiamate a “servire il lavoro” e non a conservare esclusivamente il posto, compreso il proprio. Tenterà nel suo piccolo, ma significativo percorso associativo di vincere questa sfida, il Movimento Lavoratori di AC con il prossimo Campo nazionale nel Cadore dal 17 al 12 agosto con lo slogan progetto: “Ri-generazione in campo, lavoro al centro”. Auguriamoci di non tornare perdenti come la nostra nazionale ai mondiali del Sud-Africa, ma invece ben allenati per dare il calcio di inizio con l’entrata in campo di donne giovani e la regia brillante di esperti allenatori del mondo adulto.
di Gigi Borgiani
Dell’eliminazione dell’italcalcio dai mondiali d’Africa si continua a parlare e se ne parlerà ancora per qualche giorno. Ma di un’altra molto più importante partita persa, quella del G20 a Toronto, forse già da domani non se ne parlerà più. Un’altra sconfitta che si aggiunge alle precedenti, a partire da quella del G8 aquilano dello scorso anno. Ancora una volta ci troviamo di fronte a tante parole senza futuro concreto. Pare che anche il neo primo ministro inglese David Cameron abbia espresso così la sua delusione: “Si parla molto e si fa poco o nulla, dovremmo riuscire a passare ai fatti…”. Già, i fatti. Noi, delusi e arrabbiati, prendiamo nota e continuiamo a sperare. Si dice, in fondo, che la speranza è l’ultima a morire, ma quanti morti (di fame, di ingiustizia, per mancanza di lavoro o per lenta asfissia) sul cammino della speranza!
Sconfitto ancora una volta anche il Sig. Tobin; quella che sembrava una delle vie nuove in questi giorni, ovvero l’applicazione di una piccola tassa sulle transazioni finanziarie è stata sbarrata. Eppure da questa tassa si potrebbe ricavare un bel gruzzoletto di miliardi di dollari (si calcola da 150 a circa 400) all’anno che ben utilizzati risolverebbero non poche questioni legate alla povertà globale. Ancora una volta compromessi generici, promessa di misure senza un minimo progetto di soluzioni. A cinque anni dalla scadenza degli Obiettivi di sviluppo del millennio pare evidente che tale scadenza non interessa, e ogni paese, almeno quelli che se lo possono permettere – paesi emergenti compresi -, continua a fare i propri interessi. Un anno fa ero presente quando, in incontri nell’imminenza del G8, i nostri governanti ci hanno promesso nuove regole, maggior attenzione, più decisione, più investimenti per la salute del mondo. Niente di nuovo sotto il sole! Ad un anno dalla pubblicazione della Caritas in veritate nulla è cambiato. Prevalgono e dominano mentalità mercantile ed egoistica indifferenza. Quella che era apparsa come una luce nuova capace di illuminare il cammino e lo sviluppo di “un’unica famiglia umana” pare sia rimasta un lampo. Alle innumerevoli presentazioni, tavole rotonde, conferenze e pubblicazioni che avevano salutato e osannato l’enciclica come svolta decisa a fronte dell’ormai perdurante crisi economico-finanziaria e della crisi dei valori pare sia seguito il vuoto dei fatti. Parole grosse risuonate un po’ ovunque: gratuita, giustizia, fraternità, economia del dono, bene comune non hanno scalfito il cuore di chi governa e dovrebbe aver cura di tutti.
Passare dalle parole ai fatti è dunque un imperativo che riguarda tutti, per primi noi che ispiriamo il nostro essere ed agire ai principi della verità e della carità. Forse anche nelle nostre associazioni, gruppi, parrocchie, diocesi si continua a parlare e si fatica a tradurre in fatti l’urgenza di una evangelizzazione che da sempre si accompagna con la promozione umana. Occorre una reazione forte che passa da nuove sinergie tra chi condivide stessi ideali e stessi impegni. Nuove sinergie anche di comunicazione e informazione che prevedano delle ricadute, dei riscontri. Non basta comunicare ed informare, è evidente la necessità che chi condivide non si limiti ad un consenso passivo ma si faccia eco, protagonista di fatti nuovi. Occorre tener presente di una educazione alla mondialità da inserire in modo sistematico nei cammini formativi. Occorre davvero perseguire quegli stili di vita che non si limitino alla raccolta differenziata o a piccoli gesti ma che sappiano essere segni controcorrente capaci di diventare elementi di barriera culturale di fronte al mercantile e al consumo. Abbiamo all’orizzonte anche la prospettiva delle Settimane dei cattolici italiani, siano anche queste occasioni per affrontare, a partire dal guardare in casa nostra, i problemi di tutta l’umanità, per orientarsi a scelte complete/globali e non settoriali/locali. Ce lo chiede la stessa universalità della Chiesa. In AC nell’ultima assemblea ci eravamo proclamati ed impegnati ad essere “cittadini degni del Vangelo”, ricordiamoci di essere cittadini del mondo.
Sia la Centesimus annus sia la Caritas in veritate affermano che il libero mercato realizza efficacemente un tipo di solidarietà che né lo Stato né la società civile sono in grado di attuare. Il mercato è un potente strumento non solo per utilizzare al meglio le risorse, ma anche per risolvere tanti problemi concreti.
Ma, se è vero che, sul piano nazionale, il libero mercato, pur essendo necessario, mostra chiaramente di essere insufficiente e imperfetto per lo sviluppo integrale e sostenibile, ciò è ancor più vero sul piano mondiale per quanto riguarda i bisogni basilari e i beni collettivi, quali la fraternità, la pace e la salvaguardia del creato. Anche su questo piano il libero mercato, dunque, dev’essere integrato dagli Stati e dalle società civili. È necessario che i tre soggetti, mercati, società civili e Stati siano coordinati ai fini di un’orientazione efficace dello sviluppo economico globale verso il progresso sociale e qualitativo della famiglia umana.
L’assenza di regole e specialmente di controlli, di trasparenza e di legalità, che la crisi finanziaria ha posto in luce, è nata non solo dall’incuria e talvolta da complicità politiche, ma anche dall’asimmetria tra la crescita di un’economia globale e la mancanza di istituzioni di vigilanza, di regolamentazione. L’autorità deve, pertanto, poter esercitare la sua funzione di controllo, di regolamentazione, di orientamento, di decisione, di promulgazione delle leggi. Oggi, è proprio questo il nodo cruciale sul piano nazionale oltre che regionale e mondiale, poiché il mondo si è mostrato interdipendente e anche impotente rispetto al controllo di fenomeni transnazionali che danneggiano profondamente popolazioni ed economie intere. E, recentemente, proprio Benedetto XVI ha sottolineato che, a fronte di rinnovati episodi di speculazione irresponsabili nei confronti dei Paesi più deboli, la politica europea non ha reagito con adeguate decisioni di governo della finanza.
Cosa fare in concreto? Innanzitutto va tenuto presente che l’economia integrata dei giorni nostri impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca (cfr. Civ, 41). In secondo luogo, occorre procedere con urgenza alla riforma dell’architettura economica e finanziaria internazionale, trovando forme innovative di protezione e di partecipazione anche delle Nazioni più povere alle decisioni comuni (cfr. Civ, 67).
Risulta, pertanto, centrale la questione se basti una governance, a cui molti si appellano e che vede gli Stati trattare su un piano di parità, o se non sia anche necessario il riconoscimento di un government, autorità super partes, che possa far rispettare quanto viene deciso e sanzionare coloro che non ottemperano alle disposizioni prese.
Proprio per questo la Caritas in veritate sollecita ad andare decisamente, seppur per gradi, verso la costituzione di un’Autorità politica mondiale, commisurata all’esistenza del bene comune globale, regolata dal diritto, articolata secondo il principio della sussidiarietà (cfr. Civ, 67), ossia su più livelli e su piani diversi, per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico (cfr. Civ, 57).
A fronte della complessa crisi odierna – crisi delle intelligenze e crisi delle coscienze –, concernente molteplici settori, Benedetto XVI auspica l’apertura alla Sapienza che viene dall’alto, la creazione di un nuovo pensiero, grazie a sintesi culturali armoniose, aperte alla Trascendenza. Ma per il Pontefice è altrettanto indispensabile la pratica delle virtù. Infatti, egli annota: «Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune» (Civ, 71).
Ciò comporta che le persone siano educate non sulla base di un’etica di terza persona, che in definitiva non lega le coscienze al bene, perché definito da un punto di vista a loro esterno, quello dello spettatore imparziale, ma di un’etica di prima persona, ossia un’etica che lega le coscienze a beni riconosciuti come tali. L’etica di prima persona è propria di un soggetto agente che regola i desideri e le passioni alla luce di un tèlos normativo, ossia un insieme ordinato di beni che sono accessibili alla persona in quanto essere intrinsecamente capace di vero, di bene e di Dio e, quindi, impegnato con gli altri nella comune ricerca di essi. Nelle figure moderne di etica, si parte, talvolta, da un fondamentale scetticismo nei confronti del bene umano. Si hanno a disposizione valori che sono «oggettivi» solo dal punto di vista sociologico. Lo scetticismo sul bene sottrae le ragioni alla giustizia, alla collaborazione, alla benevolenza, al rispetto dei soggetti umani, alla loro dignità.
Dalla relazione tenuta a Roma, alla Libera Università Maria Santissima Assunta, dal cardinale Segretario di Stato in occasione del settimo Simposio internazionale dei docenti universitari (Roma 26 giugno 2010).
È terminato l’anno sacerdotale, ma la vita e il ministero del prete continuano! Averne posto la figura al centro dell’attenzione dell’intera comunità ecclesiale, ha significato sottolinearne l’importanza per la vita cristiana e per l’incontro sacramentale con Cristo; nello stesso tempo tutti i credenti sono stati invitati a pregare con particolare intensità (e bisogna continuare a farlo!), perché il prete sia fedele, generoso e gioioso nel compimento della sua missione.
Abitualmente si pensa e si parla del prete al singolare: il riferimento al presbiterio sembra secondario, quasi di contorno. Eppure Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis (PDV) ha affermato che «il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e può essere assolto solo come un’opera collettiva… Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli altri membri del presbiterio, sulla base del sacramento dell’Ordine, da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità» (n. 17).
Queste parole riecheggiano il magistero del Concilio Vaticano II, che ha fatto riemergere ciò che per secoli era rimasto come sotto traccia.
Oggi si deve, dunque, pensare al prete al plurale, pur evitando il rischio sia di generalizzare come di livellare e massificare.
Dalla considerazione del presbiterio scaturiscono conseguenze di notevole interesse per i presbiteri stessi e per la loro azione pastorale, per le comunità cristiane e per la missione che sono chiamate ad esprimere.
Ne accenniamo due soltanto:
- sul piano della vita personale il presbiterio costituisce il primo e immediato ambito in cui coltivare e sviluppare relazioni di fraternità e di amicizia. Il prete solitario non fa parte della visione conciliare del ministero ordinato, che viene anzi sollecitato ad arricchirsi sul piano affettivo e spirituale dal sentirsi ed essere effettivamente membro di un corpo, formato dallo Spirito di Dio.
Da qui prende lo spunto la prospettiva della vita comune, comunque poi concretamente si declini, e l’impegno a portare gli uni i pesi degli altri (cfr. Gal 6,2).
Giovanni Paolo II situa le relazioni del e nel presbiterio nell’ottica dell’obbedienza presbiterale, che «presenta un’esigenza comunitaria. Non è l’obbedienza di un singolo che individualmente si rapporta con l’autorità, ma è invece profondamente inserita nell’unità del presbiterio… Questo aspetto dell’obbedienza del sacerdote richiede una notevole ascesi, sia nel senso di un’abitudine a non legarsi troppo alle proprie preferenze o ai propri punti di vista, sia nel senso di lasciare spazio ai confratelli, perché possano valorizzare i loro talenti e le loro capacità, al di fuori di ogni gelosia, invidia e rivalità» (PDV n. 28).
- sul piano dell’esercizio del ministero il servizio pastorale non può essere se non collegiale e coordinato. Il prete deve vincere la tentazione, diventata spesso abitudine, di considerarsi responsabile in proprio della guida pastorale della comunità, comunque si configuri.
La visione comunionale contrasta l’inamovibilità, il parrocchialismo, l’autoreferenzialità, l’autoritarismo.
Il servizio pastorale di una Chiesa particolare è affidato collegialmente al Vescovo con il suo presbiterio. Di essa tutti i presbiteri e ciascuno di loro devono sentire la sollecitudine. In questa luce è anche più facile e fondato affrontare le attuali problematiche inerenti alla revisione della struttura delle nostre diocesi. Non il calo dei preti, ma la comunione del presbiterio deve essere un criterio fondamentale nella ricerca di nuove vie, più rispondenti alle esigenze attuali dell’annuncio del Vangelo ad ogni creatura.
Un bell’esempio e una effettiva esperienza di comunione presbiterale può essere data ed è offerta concretamente dagli assistenti di AC che costituiscono un collegio.
Le principali reti della società civile italiana(*) – coese nel promuovere la Campagna Zerozerocinque – si appellano ai leader del G20 che si riuniscono a Toronto il 26 e 27 giugno affinché il vertice chiamato a regolamentare i mercati finanziari e a dare risposte concrete alla crisi economica approvi, tra le altre misure, anche l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Tale tassa pur con un’incidenza minima – si ipotizza lo 0,05% sul valore di ogni transazione sarebbe in grado di generare un gettito importante da utilizzare per le misure di contrasto alla crisi economica, di sostegno all’occupazione, per le politiche sociali, ambientali e di cooperazione allo sviluppo.
«Le montagne russe della finanza continuano a causare impatti enormi sulle popolazioni, nel Nord come nel Sud, e i governi continuano a spendere risorse enormi per assecondare i mercati o frenare la speculazione dice Andrea Baranes, portavoce della Campagna 005 presente a Toronto. Si pensi alla crisi della Grecia, all’attacco all’euro, alla finanziaria da 24 miliardi approvata in Italia e alle misure analoghe allo studio in tutta Europa. Chiediamo ai Governi e alle istituzioni di adottare misure per anticipare i mercati e ridare alla politica strumenti di controllo sulla sfera finanziaria, valutando le proposte che da tempo le reti della società civile internazionale promuovono». Tra queste la tassa sulle transazioni finanziarie, a cui si sono già detti favorevoli i governi Francese, Tedesco e Belga, il Parlamento Europeo e su cui si è recentemente espresso positivamente anche il Consiglio dell’Unione Europea.
L’Italia purtroppo per ora sta offrendo segnali contraddittori: il Parlamento italiano ha approvato nei giorni scorsi ben tre risoluzioni che impegnano il Governo a sostenere la tassa sulle transazioni finanziarie, qualora emerga un consenso internazionale su questo punto. Anche il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è detto favorevole a questa misura. Il presidente del Consiglio, Berlusconi, la ha invece definita «ridicola». Auspichiamo un chiarimento interno all’esecutivo e alla maggioranza che porti anche l’Italia a schierarsi a favore. La tassa sarebbe molto contenuta (0,05%) in modo da non scoraggiare chi investe sui mercati in un’ottica sana di medio-lungo periodo e di sostegno all’economia reale, mentre sarebbe un deterrente per gli speculatori che comprano e vendono lo stesso titolo anche migliaia di volte in un solo giorno per guadagnare sulle piccole oscillazioni del suo valore.
«Molti studi hanno confermato che una tassa dello 0,05% su ogni transazione finanziaria potrebbe generare un gettito pari a circa 655miliardi di dollari l’anno. Una cifra importante da utilizzare per ridare ossigeno alle casse degli Stati, per finanziare politiche sociali e per rilanciare il raggiungimento degli obiettivi del millennio, il cui percorso è stato ulteriormente rallentato dalla crisi», aggiunge Farida Bena, portavoce di Oxfam e Ucodep, anche lei presente a Toronto.
I promotori della Campagna 005 promettono di non fermarsi: se il G20 non sarà in grado di prendere decisioni e si concluderà con l’ennesimo nulla di fatto, chiedono che l’Europa si muova da sola sulla scia di quanto già discusso nell’ultimo vertice del Consiglio Europeo. L’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe essere efficace anche se applicata nella sola Europa o nella sola area Euro. Inoltre una tale volata in avanti dell’Europa sarebbe un segnale forte per i prossimi G20 in Corea e in Francia.
(*) Acli, Adconsum, Arci, Attac, Azione cattolica, Sistema Banca Etica, Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, Cisl, Cittadinanza Attiva, Città dell’Altra Economia, Campagna per la riforma della Banca mondiale, Consorzio GOEL, Comunità di Vita cristiana, Fair, Fiba/Cisl, Focsiv-Volontari nel mondo, Coalizione Italiana contro la Povertà-GCAP, Legambiente, Lega Missionaria studenti, Lunaria, Microdanisma, Manitese, Reorient, Sbilanciamoci, Social Watch Coalizione Italiana, Ucodep, Un Ponte Per, WWF Italia.
Per saperne di più:
Lolo era un giovane dell’AC. Nacque a Linares (Jaen-Spagna) nel 1920. A 22 anni una paralisi progressiva lo fece sedere su una sedia a ruote. La sua invalidità fu totale. Negli ultimi nove anni perse pure la vista. Era un giovane seclare, un cristiano che si prese sul serio il Vangelo, o come diceva Martin Descalzo di lui: “Si dedicava a essere cristiano. Si dedicava a credere”.
Questo giovane dell’AC, che mantenne l’allegria perpetua nel suo sorriso permanente, “uomo sofferente” e nello stesso tempo seminatore di allegria in cemtinaia di giovani e adulti che si avvicinavano a lui cercando un consiglio, possedeva un segreto: l’allegria. Lolo è stato un giovane amante dello sport e della natura; felice da bambino e più ancora nei giochi della gioventù quando iniziò a aprirsi alla vita, a desiderare “divorare” apostolicamente il mondo.Si formò come apostolo nel centro dei giovani dell’AC di Linares negli anni ’30. «L’AC era tutto per lui».
Dopo aver conosciuto Lolo ci si rende conto che essere santi significa conoscere il segreto della gioia. Chissà perché – è una delle peggiori distorsioni del Vangelo – si è creduto che la santità dovesse assumere un volto severo, come se per essere beati in cielo, fosse necessario essere tristi sulla terra. Non si dimentichi che Gesù è venuto a dare la gioia e che il cristianesimo è per la gioia dell’uomo, per la sua felicità, non è per rendere l’uomo più triste.
Il cristiano chiamato alla santità sa diffondere intorno a se la gioia. È la gioia che rende la tua vita – quella quotidiana che ha volte diviene grigia e monotona – una festa! La gioia, quella vera e profonda da non confondersi con lo spirito di camerata, ti permette di cogliere il bene dell’altro, di scorgere i segni di speranza lì pure dove credi prevalgano i segni della disperazione e del peccato. «Di buon mattino – raccomandava Lolo a chi lo andava a trovare – farai colazione con il buon pane di Dio, e dopo, ricco del suo miracolo, distribuirai tu i pani e i pesci del tuo cuore».
Nell’AC imparò ad amare Nostra Madre Maria. Su di Lei scriverà bellissime pagine piene di tenerezza e amor filiale durante 28 anni di scrittore e giornalista invalido e fortemente ammalato. Nell’AC coltivò il suo fervore per l’Eucaristia che marcò tutta la sua vita. Restano gli scritti sulla Festa del Corpus Domini o sul Giovedì Santo o sul Sacerdozio.
Quando restò paralitico – nel balcone della sua casa, situato propio di fronte alla Parrochia di Santa Maria di Linares, dove fu battezzato e dove adesso riposano i suoi resti mortali – faceva una pausa nel suo lavoro di scrittore paralitico e diceva: «Adesso, faccia a faccia con il tabernacolo, mi metto a scrivere un paragrafetto». La sua vita si spense il 3 novembre 1971 e da quel giorno Lolo è diventato un faro che ha illuminato la bellezza di una vita cristiana innamorata semplicemente di Dio.
Nicolò Tempesta, Assistente nazionale MSAC
Non aveva ancora compiuto vent’anni Alojzij Grozde, per tutti Lojze, quando nel gennaio del 1943 trovò la morte per mano di alcuni partigiani comunisti presso Mirna, nella Bassa Carniola. Lo scorso 13 giugno la Chiesa lo ha riconosciuto martire, elevandolo agli onori degli altari quale beato, il primo della Slovenia.
A conclusione del primo Congresso eucaristico sloveno, sotto il sole di Celje, le tre stelle del cui stemma araldico compaiono anche sulla bandiera nazionale, il card. Tarcisio Bertone ne ha riconosciuto le virtù cristiane, coerentemente vissute fino alla tragica fine. Il raccoglimento attorno a Gesù Eucarestia da parte di oltre ventimila persone accorse da tutto il Paese è un bel coronamento per il nuovo beato: Lojze, in un suo diario, aveva infatti definito il Sacramento «il sole» della sua vita, accostandovisi quasi ogni giorno.
Nato a Zgornje Vodale il 27 maggio 1923, ricevette il battesimo lo stesso giorno a Tržišče, nella diocesi di Novo Mesto. Figlio illegittimo, non fu riconosciuto dal padre; la madre, nell’indifferenza dei parenti, si sposò con un tale Kovač, conducendo una vita di stenti nelle campagne. Grazie all’aiuto di alcuni benefattori, Lojze poté studiare al liceo di Lubiana, ottenendo la maturità classica.
Grande fu la sua devozione alla Madonna, cui si consacrò nel 1936, entrando nella congregazione mariana di cui divenne anche presidente. Pur avendo accarezzato più volte l’idea del sacerdozio, si convinse di poter vivere in maggior pienezza la sua fede da laico: al liceo entrò infatti nell’Azione Cattolica.
Nel 1941, invasa da Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria, la Jugoslavia fu travolta dalla guerra. Alla fine del ’42, Lojze lasciò Lubiana per tornare a casa dalla madre per Natale. Ma durante il viaggio, dopo aver ricevuto la Comunione presso lìabbazia cistercense di Stična, venne fermato dai comunisti che stavano organizzando la resistenza ai tedeschi, e che lo credettero una spia dei collaborazionisti. Sottoposto ad un duro interrogatorio e a torture, durante le quali non ebbe alcunché da confessare, venne ucciso ed il suo corpo abbandonato insepolto nel bosco. La salma fu ritrovata il 23 febbraio. Con sé altro non aveva che un messale, la Sequela di Cristo di Tommaso da Kempis ed alcune immagini della Madonna. Deposte le spoglie nel cimitero di Šentrupert, non lontano da dov’era nato, la sua tomba fu da subito meta di pellegrinaggi e la pietà popolare lo riconobbe, anche negli anni della dittatura titoista, un martire cristiano. Abbiamo partecipato come giovani dell’AC di Trieste, diocesi che soltanto il 4 ottobre 2008 aveva visto beatificare il suo sacerdote don Francesco Bonifacio, nato a Pirano d’Istria e ucciso in circostanze simili a quelle di Grozde da altri militanti comunisti jugoslavi nel settembre del 1946.
Andrea Dessardo, Vice presidente diocesano AC Trieste
Per ulteriori informazioni
A seguito del seminario di studi svoltosi venerdì 18 giugno a Roma, organizzato dall’Istituto “Vittorio Bachelet”, dal Settore Giovani di Azione Cattolica e dagli universitari della Fuci, i partecipanti giovani provenienti da tutte le regioni italiane sottopongono al Paese alcuni punti ineludibili per costruire percorsi di cittadinanza a misura delle nuove generazioni. Eccone una sintesi.
I giovani di Ac e Fuci, insieme, individuano e sottopongono ai responsabili della cosa pubblica le seguenti questioni cruciali:
Come giovani, in gran parte studenti, desideriamo sottolineare che crediamo nel valore dello studio e ci impegniamo a crescere nell’approfondimento che valorizza la nostra vita e la vita cristiana, che è ricerca, attesa, desiderio, amore. Lo studio, come la vita, è proprio una “bella notizia” ed opera di responsabilità per lo studente è mettere a frutto i propri talenti sia in risposta al tempo presente sia in risposta al tempo che viene. Per questo motivo, chiediamo ai responsabili di mettere mano in modo serio e completo ad una riforma dell’istruzione media e universitaria.
Il continuo spostamento in avanti del momento d’ingresso nel mondo del lavoro prolunga la dipendenza dei giovani dalla famiglia e aumenta il loro senso di sfiducia ed emarginazione nei confronti della società e del Paese. Inoltre la meritocrazia e la trasparenza restano molto spesso soltanto “principi di carta” nel mercato del lavoro, lasciando fuori proprio quei giovani che avrebbero maggiori competenze e capacità da spendere. In un momento di crisi, i giovani chiedono soprattutto che il sistema produttivo non si chiuda a riccio e che le istanze di flessibilità siano coniugate con misure di welfare che garantiscano condizioni che rispettano la dignità della persona.
Una comunità aperta al futuro è anche quella capace di rinnovare il patto tra le generazioni. Gli scambi tra generazioni, ne siamo convinti, creano benefici per tutti, ma purtroppo il paradosso italiano sta stravolgendo il rapporto di equità tra le generazioni. Serve un nuovo patto tra padri e figli. Una famiglia, una società, una classe dirigente che vuole lavorare per il proprio futuro deve impegnarsi in un investimento di medio e lungo periodo, che potrà dare i risultati migliori quando quella famiglia, quella classe politica non ci sarà più. Seminare perché altri raccolgano. In particolar modo, seminare ora politiche di accoglienza ed inclusione per i giovani immigrati, che di fatto già oggi condividono con noi sogni e preoccupazioni.
Il senso della legalità non è un valore che si improvvisa, esso esige un lungo e costante processo educativo. Ci vuole una nuova e migliore attenzione all’educazione ai valori costituzionali: che non vuol dire semplicemente leggere la Costituzione in classe, ma approfondirne i legami fondamentali con la comunità in cui viviamo. La partecipazione, il senso dello Stato, il sentirsi parte viva del tessuto sociale, non può prescindere da questo, specie oggi che il distacco fra società e politica è così netto.
C’è una premessa fondamentale e comune alle nostre riflessioni: la storia non è un luogo dove Dio lascia sola l’umanità, ma è il luogo dove Dio si manifesta e continua ad agire attraverso l’uomo (Dei Verbum, 2). Non un insieme di date e fatti riguardanti pochi potenti, ma un processo che riguarda tutti, l’umanità intera. Ognuno di noi, dunque, è chiamato a dare il suo contributo e può scrivere una pagina di speranza per il cammino dell’umanità. Un cammino che non può compiersi se non insieme, giovani ed adulti, deboli e potenti, volti dimenticati e volti noti, tutti gli uni accanto agli altri, per osare il futuro nell’Italia di oggi.
Per questo motivo i giovani di Ac e gli universitari della Fuci continuano il loro percorso insieme, proponendosi di approfondire durante le rispettive attività estive le questioni sopra indicate, e impegnandosi, in vista delle Settimane sociali, a redigere un contributo contenente proposte concrete per alimentare il protagonismo e la soggettività dei giovani nell’Italia di oggi.
Da qualche tempo è diffusa la sensazione che nei confronti del cristianesimo in generale e della Chiesa cattolica in particolare vi sia un tentativo di delegittimazione. Il processo appare a qualcuno avviato già agli inizi del nuovo millennio: il successo di romanzi che gettavano sospetto sull’azione della Chiesa, che avrebbe occultato l’autentica verità della vicenda di Gesù, e di alcuni pamphlet giornalistici associati a opinioni di autorevoli storici del cristianesimo primitivo, che scavando nel background delle narrazioni evangeliche rilevavano una “verità” diversa rispetto a quella sempre difesa dalla Chiesa, o anche della denuncia nei confronti dei silenzi di Pio XII sulla shoah, veniva letto da alcuni come il principio di una strategia mirante a gettare sospetto su un’istituzione tra le più credibili, stanti almeno alcune rilevazioni sociologiche. Il culmine di questa strategia sarebbe stato raggiunto negli ultimi mesi con le rivelazioni di abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici e nascosti dall’autorità ecclesiastica, compreso l’attuale pontefice sia quando era arcivescovo di Monaco sia – soprattutto – quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Il complotto si sarebbe dilatato a partire dagli Stati Uniti e avrebbe raggiunto l’Europa. I vescovi irlandesi e tedeschi prima, il papa poi avrebbero riconosciuto il fenomeno deplorandolo, ma ciò non basterebbe ai media e neppure ad alcuni autorevoli esponenti del pensiero cattolico, che sono giunti a chiedere una pubblica richiesta di perdono sul modello di quelle pronunciate in occasione del grande Giubileo del 2000, e perfino a chiedere le dimissioni del papa, che sarebbe responsabile dell’occultamento durante i lunghi anni del suo ministero romano come prefetto della Congregazione cui era riservato giudicare i casi di abuso. Cosa stia all’origine del “complotto” è difficile sapere. Si avanzano le ipotesi più diverse: da quella di un tentativo di delegittimare l’insegnamento dottrinale dell’attuale pontefice, soprattutto in materia sociale, a quella di minare alla base un eventuale suo intervento in caso di conflitti bellici scatenati da alcune nazioni, a quella più generale di evidenziare la debolezza di una Chiesa incapace di fare pulizia al suo interno, a quella di mettere in discussione il valore del celibato ecclesiastico, che sarebbe la maggior causa di comportamenti devianti. Quale delle ragioni ipotizzate sia la più plausibile non è facile stabilire; si dovranno attendere alcuni eventi futuri per poterlo capire. I fatti, soprattutto quelli degli abusi su minori, benché ingigantiti dai media, sono innegabili. Il problema è capire perché vengano alla luce solo ora. Si tratta veramente di una strategia che avrebbe degli attori occulti? Oppure della caduta del velo di silenzio da parte dell’autorità ecclesiastica, che prelude a un diverso modo di proporsi della medesima autorità nei confronti dell’opinione pubblica? Non ci si troverebbe sulla scia del pubblico riconoscimento avviato con il Vaticano II, che in Lumen gentium n. 8 aveva parlato di una Chiesa pellegrinante che cerca vie di conversione, e che in Giovanni Paolo II aveva trovato espressione singolare con atti di resipiscenza e di richiesta di perdono per i peccati dei figli della Chiesa? Comunque sia, le turbolenze evocano altri momenti della vita della Chiesa, e non manca chi si fa premura di ricordarli: da quelli messi in atto dalla massoneria nel secolo XIX a quello intentato da Goebbels negli anni Trenta del secolo scorso. Le analogie sono sempre inadeguate quando si tratta di eventi storici e servono talvolta più a giustificare ipotesi ancora da verificare che non a stabilire la verità. Resta il fatto che le turbolenze non sembrano finire e con esse le polemiche, a volte stimolate anche da chi, ecclesiastici compresi, tentando di difendere il comportamento dell’autorità, ottiene l’effetto di scatenare altre polemiche. Va pure riconosciuto che i media tendono a enfatizzare l’aspetto polemico e a dimenticare e/o a ridimensionare le nette prese di posizione del papa, che non si limitano a dettare linee di severo comportamento nei confronti di chi si è macchiato di quei gravissimi peccati, ma pure a chiedere e/o accettare le dimissioni dei vescovi che abbiano coperto le colpe.
Che fare in tale situazione? Pretendere di suggerire il comportamento più idoneo sarebbe imperdonabile superficialità: in una condizione di “nebbia” si può procedere solo con estrema cautela e con la convinzione di balbettare, disponibili cioè a rivedere le proprie ipotesi. Ci sembra però possibile osare, distinguendo i diversi fenomeni sopra richiamati. Appare ineludibile avviare una riflessione critica sulla diversità di essi: considerarli come pezzi di un unico puzzle potrebbe rivelarsi un boomerang; supporrebbe peraltro che ci sia un soggetto unico capace di costruire una strategia articolata con elementi non facilmente coordinabili tra di loro. Considerarli invece analiticamente permetterebbe di comprenderli meglio e di valutarne la consistenza. Può essere vero che nell’opinione pubblica la recezione degli stessi aumenti la sensazione del “complotto”, ma – pur riconoscendo che vi è in qualcuno una specie di “complesso anticristiano” inseguire tale recezione potrebbe esporre al rischio di non trovare il modo più adeguato di farvi fronte. Appare altresì importante non appellarsi frettolosamente a un regista misterioso, il diavolo, che avrebbe architettato una delle sue “intelligenti” strategie per combattere la Chiesa di Cristo. Sarebbe mettersi nella condizione di lottare ad armi impari o di rifugiarsi in improbabili interventi soprannaturali, mortificando l’intelligenza che lo Spirito è in grado di donare ai discepoli di Gesù. Sembra più opportuno percorrere la via di una lucida analisi che parta dal riconoscere gli errori (anche di comunicazione) con semplicità e umiltà. Tra questi errori gli abusi sui minori devono occupare il primo posto, come del resto si rimarca nel comune modo di sentire. La lucida analisi comporta di ricercare le cause di tali comportamenti senza giustificarli stabilendo paragoni con altre categorie di persone che pure li avrebbero assunti: non si può dimenticare che da persone dedite all’educazione dei minori ci si aspetta – con diritto – maturità (anche sessuale) ed equilibrio, che vanno verificati accuratamente e non si può procedere con il criterio del bisogno di affidare a tutti una mansione solo per il fatto che ormai hanno ricevuto il sacramento dell’ordine o hanno emesso i voti. Non ci si può nascondere che, a volte, i superiori in nome del loro dovere di provvedere a chi appartiene al clero o a un ordine religioso sono costretti a collocare persone inadatte a posti che queste non dovrebbero mai occupare. Non si tratta di pensare a una Chiesa di “puri” o a un clero (o religiosi) perfetto: si tratta piuttosto di considerare le conseguenze di alcuni affidamenti di responsabilità. Ne va non solo della credibilità delle istituzioni ecclesiastiche, ma soprattutto dell’esistenza di persone, delle quali si deve custodire gelosamente la dignità. Non mancano in questo senso le disposizioni, alle quali ci si appella spesso nell’attuale congiuntura. Accade però che, in alcune circostanze, la compassione e la misericordia nei confronti di alcuni si tramuta in mancanza di rispetto nei confronti di altri. Non si sfugge all’impressione che in alcuni casi ci si preoccupi eccessivamente di salvaguardare la dignità di alcune persone e si dimentichi la medesima dignità di altre. A questo riguardo si può ipotizzare che l’attuale momento si presenta come un kairòs, un’opportunità per la purificazione della Chiesa, non solo della memoria: il coraggio di una riforma, che comporta necessariamente alcune scelte dolorose, in capite et in membris, che più volte è stata avviata, realizzerebbe ciò che si proclama come esigenza imprescindibile. A questo non si giungerà se si alimenta unilateralmente l’idea del complotto dal quale difendersi. Non si vuol dire che non ci sia in atto un tentativo di delegittimazione, ma perché non prendere occasione per una verifica seria delle dinamiche, anche di potere, che sono presenti nella Chiesa? Perché, dopo aver fatto luce sugli effettivi comportamenti scorretti di alcune autorità al fine di rispondere in verità e pacata determinazione, non leggere questo momento come un modo attraverso il quale il Signore vuole correggere la sua Chiesa? Forse potrebbe essere utile rileggere il cap. 12 della Lettera agli Ebrei, dove si spiega la persecuzione come correzione che viene dal Padre. Ciò che sembrava ostilità si è tramutato in alcune circostanze come uno stimolo alla conversione, come giudizio di Dio finalizzato a farsi comparire la Chiesa come sposa senza macchia. Non potrebbe essere così anche in questo tempo? Senza peraltro che nessuno dei credenti, di fronte allo scandalo, si chiami fuori. Colga piuttosto l’occasione per ricordarsi quanto scriveva san Gregorio Magno: che non dobbiamo aspettarci di trovare un luogo in cui non ci siano scandali, prima dell’avvento del Regno; ma, anche, che non ci sarà scandalo in grado di cancellare il bene che la Chiesa continua a offrire all’umanità: il Vangelo, che vale anche per chi lo vorrebbe negare a causa delle colpe dei cristiani.
(Questo articolo è l’editoriale del n. 2-2010 (giugno) del trimestrale Dialoghi, la rivista culturale promossa dall’Azione Cattolica Italiana)
Il Tavolo Giustizia e Solidarietà prosegue nel suo cammino di approfondimento delle tematiche relative al debito e alla giustizia economica internazionale e, raccogliendo le iniziative che i singoli organismi promuovono in questo campo, sta delineando strumenti e proposte per tenere viva nelle comunità cristiane italiane l’attenzione ai temi citati.
La giornata si pone in continuità con il Seminario del 4 marzo scorso, organizzato in collaborazione con il Comitato delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, e propone una Giornata con le seguenti finalità: rilancio di prospettive e conseguenze pastorali del lavoro svolto; presentazione del Rapporto 2005-2010 sul debito internazionale; presentazione di un toolkit, strumento di lavoro destinato a diocesi, parrocchie, gruppi ecc.
Attraverso il Rapporto, il TGS intende documentare quanto è avvenuto in dieci anni di lavoro e di cooperazione, certificando il mantenimento degli impegni assunti con i fedeli e i cittadini italiani in occasione del Giubileo e riepilogando quanto realizzato, attraverso la Fondazione, in Guinea e Zambia. Ma al tempo stesso, prova a guardare al futuro, valutando alcune dinamiche finanziarie ed economiche tuttora in atto e il loro impatto sulle condizioni di vita e la dignità di tante persone e popolazioni, al fine di sviluppare relazioni umanizzanti, che costruiscano giustizia e solidarietà, nelle comunità locali e nelle relazioni internazionali.
Attraverso il toolkit invece si vuole offrire uno strumento più pratico e accessibile a tutti per lavorare sull’esercizio di una cittadinanza attiva e globale. La riflessione sviluppatasi all’interno del Tavolo Giustizia e Solidarietà ha portato infatti ad esplorare che cosa possa promuovere percorsi di formazione adeguati a promuovere l’acquisizione, il rafforzamento, l’esercizio dei diritti e dei doveri di cittadinanza globale. All’interno di questo percorso, è centrale l’accesso alle informazioni, alle conoscenze consolidate, alle esperienze da replicare.
A partire dalla consapevolezza dell’enorme bagaglio di conoscenze, strumenti e iniziative esistenti all’interno delle realtà ecclesiali italiane, il toolkit si propone di valorizzare questo patrimonio sapendo che si tratta di uno sforzo che non può essere esaustivo. Si cerca in sostanza di operare un raccordo sintetico di alcune delle esperienze, delle proposte e delle azioni dei partecipanti al Tavolo Giustizia e Solidarietà (ma in prospettiva anche di altri soggetti) da proporre a singoli, membri di gruppi, associazioni, ong, parrocchie. Insomma, a tutti coloro che sono interessati ad intraprendere, consolidare, arricchire, confrontare il proprio percorso di educazione alla mondialità.
Quella che verrà proposta sarà quindi una mappa non definitiva ed in continuo sviluppo di documenti, strumenti formativi, esperienze, esempi, campagne che le varie e ricche realtà che ruotano attorno al Tavolo Giustizia e Solidarietà hanno sviluppato nel tempo e continuano a migliorare e accrescere. L’articolazione che verrà proposta sarà la seguente: accesso a informazioni, report, sussidi, notizie su campagne, studi, attraverso collegamenti a pagine web, link, documenti elaborati dai membri del Tavolo; condivisione di strumenti operativi, giochi, esempi vari da utilizzare per attività formative nelle parrocchie, nelle associazioni, nei gruppi, con l’obiettivo di aiutare concretamente formatori e animatori a crescere e far crescere la consapevolezza e la testimonianza sui temi della giustizia internazionale.
Parlare dei premi spettanti alla squadra vincitrice dei Campionati mondiali, apertisi ufficialmente l’11 giugno, “porta un po’ sfiga” (in gergo “sfortuna”). L’inconsueta dichiarazione viene da Fabio Cannavaro, una delle bandiere della nazionale italiana di calcio impegnata in Sudafrica. Assieme al collega Gianluigi Buffon, a poche ore dalla pedata di inizio dei Campionati, Cannavaro aveva affermato: “La fondazione per le celebrazioni dell’Unità ha problemi di budget, e allora noi che siamo un simbolo che unisce il paese intero abbiamo deciso che, se andiamo a premio, ciascuno di noi contribuirà con una parte della somma, piccola o grande che sia, per dare risalto al valore dell’Italia unita”. Un intervento inteso a replicare a quanti – dal mondo politico soprattutto – avevano chiesto anche ai calciatori un “sacrificio” in una fase di grave crisi economica, ovvero una riduzione degli inarrivabili stipendi concessi dai club a portieri, terzini e centravanti. Da qui l’idea dei campioni del football: “Se vinciamo, diamo i soldi per le celebrazioni dell’Unità”, che cadranno nel 2011. Il ministro per la Semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, che per primo e più di altri s’era scagliato contro i guadagni da favola dei calciatori, si è sentito chiamato in causa da Cannavaro e Buffon e ha quindi precisato: “Mi auguro che, per poterli devolvere, i premi li prendano e quindi mi auguro che vincano. Non si può vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato”.
Dunque, da una parte “generosi” sportivi che mettono a disposizione somme, intere o parziali, ancora da aggiudicarsi. Cifre che peraltro rappresenterebbero una minimissima parte degli introiti milionari che il mondo del pallone dispensa ai beniamini dei tifosi. Dall’altra, un politico che, pur di ammiccare al rigore dei conti pubblici e al benessere dei cittadini colpiti duramente dalla pesante recessione (negata fino all’altro ieri), fa finta di tirare le orecchie ai Paperoni del calcio. Come se questo bastasse, o almeno incidesse minimamente, sullo stato di salute dell’economia del Belpaese. In realtà la richiesta di sacrifici ai calciatori assomiglia molto all’altra boutade relativa al taglio agli stipendi dei politici; pochi spiccioli in meno, a fronte di stipendi abbondanti, rimborsi consistenti e vantaggi innumerevoli (qualora si rimanga nel lecito), che fanno pensare più a uscite estemporanee che a una efficace strategia economica e finanziaria per rimettere in corsa il paese.
Resta dunque il buon proposito dei calciatori (l’idea di destinare gli “eventuali” premi alle celebrazioni per l’Unità d’Italia è, di per sé, originale e positiva), da tradurre ora in realtà: dunque, “forza azzurri”!